Gurdia di Finanza su Andria, Trani e Taranto (VIDEO)

I Finanzieri del Compagnia di Andria, all’esito di indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Trani, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal G.I.P. del Tribunale Ordinario di Trani nei confronti di 2 coniugi andriesi accusati di reati di spaccio aggravato di sostanze stupefacenti, del tipo marijuana.
Il dominus del sodalizio familiare è F. B., di anni 58 “persona dalla spiccata ed evidente pericolosità sociale, essendo gravato – come si legge nel provvedimento – da precedenti penali e di polizia che rendono manifesto il pericolo di reiterazione di condotte delittuose anche della stessa specie di quelle per le quali si procede”.
Nell’agosto scorso, le Fiamme Gialle di Andria avevano dato corso ad una serie di perquisizioni locali in contrada Finizio, ai piedi di Castel del Monte, rinvenendo una prima piantagione di oltre 500 piante, un casolare adibito a sito di coltivazione, essiccamento e stoccaggio di marijuana, con impianto di ventilazione ed area di essiccazione che dava a sua volta accesso ad un atrio recintato dove venivano rinvenuti ulteriori 302 vasi di appena innestate, oltre ad un ulteriore quantitativo di stupefacente rinvenuto all’interno della villa pari a kg. 1,5 di marijuana essiccata nonché, nei locali in uso ai coniugi, materiale strumentale alla coltivazione ed essiccazione della sostanza stupefacente analogo a
quello rinvenuto nella piantagione. Ad essere sottoposti a sequestro furono anche gli immobili ove fu rinvenuto lo stupefacente, individuati anche in relazione ad un cavo di energia elettrica che, oltre ad alimentare la piantagione celata tra i ciliegi, riforniva anche il casolare e la villa dei due coniugi. Le conseguenti indagini consentivano di ricondurre la fornitura elettrica al F.B., quest’ultimo un pregiudicato di origini andriesi al quale sempre in agro Finizio nel 2013 furono rinvenute 598 piante di marijuana in avanzato stato vegetativo dell’altezza variabile
tra i 80 e i 230 cm e circa 5 kg di sostanza stupefacente.

Il GIP presso il Tribunale di Trani, in accoglimento della proposta avanzata dalla locale Procura della Repubblica – che ha condiviso in pieno le risultanze investigative acquisite dalle Fiamme Gialle – ha disposto la misura cautelare degli arresti in carcere nei confronti di F.B. gravato da precedenti di polizia, tra gli altri, per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, furto, rapina e tentato omicidio. Gli arresti eseguiti costituiscono l’epilogo di ulteriori approfondimenti investigativi disposti dalla Procura della Repubblica tranese, basati sulla ricostruzione dei flussi finanziari da cui è emerso che F.B. e la moglie L.R., di anni 59, sono riusciti a reimpiegare i proventi
derivanti dai fatti illeciti contestati in passato, reinvestendoli nel circuito dell’economia legale attraverso l’acquisto di proprietà. In tale ambito alla moglie del protagonista della vicenda, anche lei destinataria della misura cautelare, viene contestata la produzione e lo spaccio di sostanze stupefacenti.

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Militari del Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria di Taranto hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo
– ex art. 321 C.P.P. – emesso dal G.I.P. del Tribunale di Taranto – Dr.ssa Vima Gilli, di alcuni siti ubicati al confine
nord dello Stabilimento ILVA di Taranto che ricadono in agro dei comuni di Taranto (nelle adiacenze della Cava
Mater Gratiae) e di Statte (Gravina Leucaspide), per una superficie complessiva pari a circa 530.000 metri
quadrati. L’attività investigativa eseguita dalle Fiamme Gialle ha consentito di individuare nelle suindicate aree circa 5 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi e non pericolosi di origine industriale, in cumuli dell’altezza di oltre 30 metri sopra il piano campagna. Nel procedimento penale in trattazione risultano indagate 9 persone, tra responsabili amministrativi e tecnici protempore dell’ILVA S.p.A. dal 1995 al 2012, a vario titolo, per i reati di disastro ambientale doloso, distruzione e  deturpamento di risorse naturali, danneggiamento, getto pericoloso di cose e mancata bonifica dei siti inquinanti. Gli indagati avrebbero gestito le predette aree, senza metterle in sicurezza, evidenziando una precisa volontà di porre in essere un disegno illecito volto a trarre un ingiusto vantaggio patrimoniale consistente in un risparmio degli oneri economici occorrenti per la loro bonifica.